Referendum per l’indipendenza della Catalogna

Referendum per l’indipendenza della Catalogna

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Dopo i risultati delle votazioni alle 22.30, il presidente Carles Puigdemont, insieme a tutti i rappresentanti del suo governo, spiega parlando dal palazzo della Generalitat,e con l’aiuto del video rilanciato sul maxi schermo della piazza: «La Catalogna ha guadagnato il diritto di essere uno stato indipendente.Fuochi d’artificio, inno, caroselli, bandiere: una piazza Catalogna piena di emozione ascolta con immenso piacere di vittoria e realizzazione di un sogno diventato realtà.

Il presidente continuando il discorso ,, l’Europa ora non può guardare dall’altra parte. Nei prossimi giorni porterò al parlamento della Catalogna i risultati di oggi (i primi dati davano il sì all’87% con tre milioni di cittadini mobilitati, ma sono dati che non si possono verificare) per attuare quanto previsto dalla legge sul referendum». Proclamare l’indipendenza, la seccessione dalla Spagna. Più correttamente, sulla base dell’esito di un referendum di fatto svoltosi senza garanzie e con una buona parte di urne sequestrate dalla polizia spagnola. Certamente un avvio in salita del processo che deve portare all’indipendenza.

Ora si aprono scenari imprevedibili: il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, parlando due ore prima per difendere le azioni molto dure della polizia ai seggi, si era detto ancora pronto al dialogo <ora sicuramente tardi >

Ma Puigdemont tira dritto e ora potrebbe succedere di tutto, una reazione molto forte del governo centrale, con l’intervento dell’esercito e l’arresto del leader catalano. Ipotesi più praticabile: il parlamento spagnolo vota la destituzione di Puidgemont, di fatto commissaria la Catalogna.

Tutto era cominciato nella notte tra sabato e domenica, prima del referendum.

Io non ho paura, non abbiamo paura che potrà succedere, ci picchieranno? Lo facciano, ma a Madrid non capiscono alla fine l’indipendenza arriverà» spiegavano alcuni che all’alba stava occupando una delle scuole di Eixample per consentire il referendum per l’indipendenza della Catalogna che il tribunale supremo spagnolo ha giudicato illegale. L’immagine della festa delle scuole occupate da decine di migliaia di persone, molte in fila sotto la pioggia fin dalle 4 del mattino, si trasforma in qualcosa di molto più cruento e inquietante poche ore dopo: Barcellona, la città della libertà, offre davvero scene da paese occupato come sostengono i più radicali degli indipendentisti. sedute per terra per difendere il seggio, fra cui molti anziani.

Alle 9 sono entrati in azione i 10mila agenti spagnoli inviati in Catalogna nelle ultime settimane, in tenuta anti-sommossa. A Barcellona le immagini diffuse da tv3 hanno mostrato scene di grande violenza, una donna buttata nelle scale, un’anziana con il volto coperto di sangue,un’altra tirata per i capelli “La cosa che piu’ mi ha fatto male e’ stato lo sguardo di odio di quei poliziotti”, ha raccontato una donna. Un uomo e’ stato operato dopo essere stato colpito all’occhio da un proiettile di gomma. Un altro e’ grave dopo che un assalto della polizia gli ha provocato un infarto. Ci sono stati momenti di grande tensione fra agenti spagnoli e i mossos catalani, che hanno cercato di fare da scudo alla popolazione. A barcellona la Guardia Civil ha anche manganellato diversi pompieri catalani che si erano schierati a difesa di un seggio. La mossa di Madrid non ha fermato il voto e tutti i conteggi – per quanto di dubbia validità scientifica – assegnano un plebiscito al ‘si”.

La città , viene percorsa da decine di camionette della polizia nacional e della guardia civil mandate da Madrid,si odono urla e insulti della gente; gli agenti in tenuta anti sommossa, scudi, manganelli, perfino martelli, affrontano centinaia di persone normali inermi che fanno difesa passiva di fronte ai seggi per evitare che gli agenti portino via le urne.una grande volontà, disposti a compiere grandi sacrifici, cantano l’inno catalano con le mani alzate, cantano La Estaca di Lluís Llach, sembra un film ,una cosa irreale che non può ancora accadere in uno stato democratico, mentre polizia e guardia civil colpiscono donne e anziani, arrivano perfino come già descritto a caricare i vigili del fuoco ,continuando a sparare proiettili di gomma, mentre i cittadini di Barcellona con le mani in alto urlano «voteremo», «non abbiamo paura, siamo gente di pace».

Finisce con almeno con più di ottocento feriti, e alcuni in gravi condizioni Per il governo spagnolo è un disastro mediatico internazionale, . In poche ore decine di video sugli eccessi di polizia nazionale e guardia civil fanno il giro, del mondo: dal sindaco di settant’anni di un piccolo paese scaraventato a terra all’anziana ferita alla donna buttata giù per le scale, dalle manganellate inutili contro gli studenti ai gas lacrimogeni. Visi insanguinati, braccia spezzate, urla e paura. Il portavoce della Comunitat catalana, Jordi Turull, alle 18 può parlare di «scandalo internazionale»; il presidente catalano Puigdemont: «Oggi lo stato spagnolo ha perso molto più di quanto già aveva perso. Oggi in Catalogna abbiamo vinto molto più di quello che avevano già vinto». Ora l’attenzione è proprio sulla prossima mossa di Puigdemont, che forzerà la mano per proclamare l’indipendenza, avviando un conflitto pericolosissimo con Madrid. Netta la dichiarazione di Rajoy a fine serata: «Lo Stato di diritto resta forte».
Come si è arrivati alla giornata di follia che per molti ha rappresentato la grande sconfitta del governo spagnolo. Le prime immagine: centinaia di scuole, a Barcellona e nei paesi vicini, sono circondate fin dalla notte, malgrado la pioggia intensa, da migliaia di cittadini comuni. Alle 9 ci sono file chilometriche di persone che vogliono votare, ma vista la linea non violenta dei Mossos, intervengono i reparti mobili di policia nacional e guardia civil. L’ordine è portare via le urne. Le persone si schierano davanti alle scuole per evitarlo: a carrer Diputaciò ci riescono, di fronte a mille cittadini con le mani in alto, che cantano l’inno catalano, i reparti mobili, che restano a lungo a fronteggiarsi con la gente per strada, se ne vanno. Da altre parti va diversamente: manganellate, cariche, lacrimogeni e proiettili di gomma. E l’unico risultato è che si ingrossano le fila dei catalani che vogliono votare.

Le prossime sono ore piene di incognite fra Barcellona e Madrid dopo che, ieri notte, 2,3 milioni di votanti e 90% di “Sí”) prima il presidente catalano, Carles Puigdemont, e poi il suo vice, Oriol Junqueras, hanno aperto le porte a una dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna. La legge, approvata a maggioranza dal Parlamento della Generalitat qualche settimana fa, dice che, dopo una vittoria dei “Sí”, va proclamata l’indipendenza entro 48 ore. Ieri sia Junqueras che Puigdemont hanno detto che il governo consegnerà al parlamento il risultato del referendum e “rispetteremo quel che dice la legge”. Il ministro deldello Stato centrale Rafael Catalá ha però dichiarato: “Useremo tutti i mezzi legali a nostra disposizione per ripristinare l’ordine in Catalogna”.

Intanto, le quattro sigle sindacali cgt, iac, intersindical csc e cos hanno confermato lo sciopero generale indetto “contro la repressione e per le libertà” in Catalogna. Che trova ancor più sostegno all’indomani del voto referendario. Se il voto si fosse svolto regolarmente, i sindacati avevano promesso di revocare l’agitazione. Così non è stato e adesso persino i campioni della squadra di calcio del Barcellona e i lavoratori del titolatissimo club aderiranno allo sciopero: chiusi gli uffici, niente allenamenti da parte delle squadre delle varie discipline. Va detto che la maggior parte dei giocatori blaugrana sono attualmente a disposizione delle rispettive nazionali.

Un’altra bomba dopo una domenica di passione La prima reazione alla sfida finale di Barcellona è stata quella di Albert Rivera, capo di Ciudadanos, il giovane partito del centro destra che appoggia Rajoy. Per Rivera lo Stato spagnolo deve reagire immediatamente applicando l’articolo 155 della Costituzione, quello che consente a Madrid di usare il bastone della sospensione dell’autonomia catalana, esautorarne il presidente e chiudere d’imperio il parlamento, trasformando la Catalogna in una regione ribelle in Stato d’assedio. Da oggi Rajoy a Madrid incontrerà i rappresentanti di tutti i partiti per decidere cosa fare. Ma ormai i suoi margini di manovra sembrano davvero ristretti. I socialisti di Pedro Sanchez, secondo partito più forte alle Cortes, hanno condannato l’uso della polizia e chiesto a Rajoy di aprire una nuova stagione di dialogo con i catalani. Mentre Pablo Iglesias, di Podemos, punta a far saltare il banco.

Ieri Iglesias ha chiesto le dimissioni di Rajoy per sostituirlo con un nuovo governo che vorrebbe formare con i socialisti e i nazionalisti catalani e baschi per cambiare la Costituzione spagnola e fondare un nuovo Stato federale. I numeri alle Cortes ci sarebbero anche ma è una prospettiva sulla quale di socialisti sono molto divisi. La piú importante avversaria di Sanchez nel Psoe, leader della compagine più forte, quella andalusa, lo esclude senza riserve.

Per attivare il 155 Rajoy ha bisogno del via libera del Senato, dove il suo partito ha, al contrario della Camera, la maggioranza assoluta dei seggi. Ore drammatiche dove le speranze di una soluzione negoziata sono riposte solo nel buon senso che però non sembra alimentare nessuno dei protagonisti dello scontro. I due milioni abbondanti a favore del “Sí” rappresentano soltanto il 38% di tutti gli elettori della Catalogna. Forse è poco per dichiarare l’indipendenza. La maggioranza sono quelli che non hanno votato.

Barcellona -rompe il silenzio dopo il referendum per l’indipendenza della Catalogna Felipe di Spagna parlando alla nazione – «Questo è stato un atto di slealtà inammissibile verso lo Stato»: e senza fare alcun accenno alle violenze della polizia ai seggi, ma criticando duramente le autorità catalane che, dice «hanno violato i principi democratici dello stato di diritto, hanno spezzato affetti e la solidarietà che unisce i sentimenti degli spagnoli». C’è stato, ha aggiunto, «un inaccettabile intento di appropriazione delle istituzionistoriche della Catalogna, queste autorità in maniera chiara si sono messe al margine del diritto e della democrazia, hanno voluto spezzare l’unità della Spagna» con una
«condotta irresponsabile». Il sovrano ha lanciato un invito al paese perché si ricompatti: «Voglio dire ai Catalani che sono preoccupati per il comportamento delle autorità della  solidarietà di tutti gli spagnoli per difendere i vostri diritti». Sono «momenti difficili, complessi ma riusciremo ad andare avanti perché crediamo nel nostro paese», ha concluso, citando il «desiderio di tutti gli spagnoli di convivere in pace e libertà».

Quindi chi si immaginava che il Re potesse fare da tramite tra le due parti, cosi non è avvenuto. In serata, il leader di Podemos, Pablo Iglesias, ha criticato il duro discorso sulla Catalogna pronunciato dal re di Spagna: «Come leader di un partito che rappresenta più di 5 milioni di spagnoli dico al re non eletto: non in nostro nome!»; per la capogruppo, Irene Montero, il re «non ha rappresentato i milioni di persone che vogliono il dialogo. Si è schierato con il Pp, on con la Spagna, né con la democrazia».
Il discorso del re è arrivato al termine di una giornata segnata dallo sciopero generale. si era presa un giorno di pausa, ma oggi le strade si sono di nuovo riempite con 300mila persone a sfilare in corteo per la città, urlando slogan come: «Fuori le forze di occupazione» e «le strade saranno sempre le nostre. Tutta la Catalogna è scesa in piazza per protestare contro le violenze della polizia spagnola domenica contro i seggi del referendum. A due giorni dallo storico primo ottobre, la tensione resta altissima. «Oggi è una giornata di protesta democratica, civica e degna. Non vi lasciate coinvolgere dalle provocazioni. Il mondo lo ha visto: siamo gente pacifica» scrive su Twitter il governatore, Carles Puigdemont. «La pace, il civismo e la dignità ci hanno portati fin qui. Il successo definitivo dipende dal fatto di rimanere impegnati come sempre. Proseguiamo!».
Il motto scelto per lo sciopero generale, una protesta che in realtà era già stata organizzata datempo, è «fermiamo il Paese». Nel capoluogo niente autobus e servizi pubblici, chiuse le scuole, ma anche fabbriche e molti negozi. La giornata è cominciata con l’assedio (pacifico) alla sede del Partito Popolare dell’odiato premier Rajoy, ma i cortei hanno cominciato a formarsi ovunque. A mezzogiorno tutti sono confluiti nella sede storica dell’università di Barcellona, una massa impressionante, soprattutto di giovani con cori e bandiere indipendentiste. Altro punto caldo: la sede della polizia nazionale spagnola nella via Laietana, assediata sin da ieri da migliaia di persone. Bloccate alcune autostrade e importanti arterie.

Il Partito Popolare critica duramente la protesta: «È uno sciopero politico, degno del regime nazista», dice il portavoce al Congresso dei deputati Rafael Hernando. Un riferimento durissimo all’appoggio esplicito della Generalitat alla mobilitazione di piazza.

I risultati non trasmessi ufficialmente
Chi pensava a un’accelerata del governo catalano viene, però, smentito, almeno per ora. Ieri Puigdemont, dopo aver condannato con toni definitivi le operazioni della polizia, ha messo l’accento sulla volontà di dialogo, se non direttamente con il governo spagnolo (non c’è nessuna linea di comunicazione tra Madrid e Barcellona) almeno con l’aiuto di qualche mediatore magari internazionale: «L’Europa come Ponzio Pilato si è lavata le mani ». Asserendo che è un problema interno .La “legge di rottura” fissa le date: 48 ore dopo la proclamazione dei risultati il parlamento di Barcellona approva la dichiarazione unilaterale di indipendenza. Madrid si preparava a reagire, ma gli indipendentisti utilizzano un escamotage per prendere tempo: i risultati non sono ancora stati trasmessi ufficialmente. Albert Rivera, il leader (catalano) del partito centrista Ciudadanos, crede che sia un trucco: «In 72 ore Puigdemont dichiara la secessione» dice chiedendo al premier Mariano Rajoy di togliere l’autonomia alla regione ribelle, applicando un articolo della costituzione spagnola, mai utilizzato. In effetti, questo rallentamento, racconta un dirigente della coalizione indipendentista, non va letto come uno stop: «Stiamo cercando il momento migliore, il Parlamento si potrebbe riunire nel fine settimana». I mercati intanto, a lungo immuni dalle vicende del referendum, iniziano a temere l’instabilità e a pagare sono soprattutto le banche catalane.

In attesa di capire fino a dove si spingano i catalani, il governo spagnolo cerca sostegno nell’opposizione : Rajoy vede i socialisti eCiudadanos in vista di tempi ancora peggiori. Ma se i centristi lo appoggiano quasi caricandolo, il Psoe evita toni da santa alleanza: «Puigdemonte Rajoy si vedano subito», dice il segretario Pedro Sanchez. Ma la Catalogna indipendentista non ascolta.

In definitiva ,senza creare questo caos alimentando odio e portando tanta violenza inaudita su persone inermi e pacifiche , il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy poteva benissimo far votare il referendum e poi invalidarlo perché anticostituzionale .Tante volte ci si pongono delle domande a cui non c’è mai una risposta esaustiva . Sono all’altezza del loro incarico gli uomini di potere o chi ha un posto decisionale di comando ?


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