Lo Yeti: un esordio da sottolineare

LO YETI COVER

Belle sensazioni di pulito e di freschezza in questo esordio del grafico Pierpaolo Marconcini che usa questa volta la forma canzone per esprimere concetti decisamente meno pubblicitari del solito. Si fa chiamare Lo Yeti e vi segnaliamo questo suo primo lavoro dal titolo “Le memorie dell’acqua” pubblicato da SRI Production, capace di restituire bellezza e fantasia, una musica che fa sfoggio di grande passione per la parola e per l’uso che se ne fa in perfetto sincronismo con il gusto melodico. La produzione firmata da Angelo Epifani mette assieme suoni acustici e soluzioni digitali in un equilibrio assai trasparente e naturale. Ecco una testimonianza di questa nuova frontiera della canzone d’autore italiana. Belle energie…

La nuova canzone d’autore italiana ha sempre più la forma di un vinile, di suoni scarni e di frontiere digitali ma assai poco eteree…Lo Yeti come la vede?
Credo che ogni artista cerchi di esprimersi provando a interpretare i propri tempi. Questo significa anche andare a ricalcare e interpretare filoni e mode musicali della nostra contemporaneità. È difficile non cascare nella convenzione, riuscire a creare un prodotto totalmente nuovo, fresco, che non strizzi l’occhio al mood del momento, che non rimandi a qualche suono del passato. È un rischio che oggi non si fa a cuor leggero quantomeno, almeno qui in italia. Siamo nel pieno della commistione tra generi per il panorama Pop; l’elemento digitale ed elettronico si mostra sempre più presente nelle varie produzioni, cercando di impastarsi con strutture più analogiche, ma a volte rimane relegato a clichè, senza una vera e propria dichiarazione d’intenti. Ci sono però dischi che secondo me centrano con freschezza l’obiettivo, penso per esempio a “22, a million” di Bon Iver; peccato non sia italiano…

La produzione di Angelo Epifani: che genesi ha avuto, che futuro si vede davanti e quanto ha pesato sul design di questo disco?
La genesi di questo disco è iniziata prima di conoscere Angelo. Avevo già lavorato sul materiale con il musicista Marco Milani che è parte de Lo yeti e con Pierluigi Ballarin, con il quale avevamo registrato la prima struttura dell’album. Proprio con questo prodotto in mano ho avuto modo di conoscere Angelo, che, sposato il progetto, ha lavorato sulle tracce, sul mix e al mastering finale, riuscendo a dare una impronta e una forma precisa al disco. Abbiamo lavorato molto sull’intenzione vocale, come chiave interpretativa dei brani e sulla figura de Lo yeti stesso, contestualizzandola in un preciso ambito musicale italiano. Oltre al disco, con lui lavoro anche su tutta la parte promozionale, dall’immagine ai live. Ci sono tante idee e grande professionalità, per cui sono molto contento di come stia andando il progetto e per questo ringrazio anche Daniele Calandra di SRI Production per la passione e per i tanti buoni consigli.

I testi de Lo Yeti sono assai poco immediati. Belli, raffinati, leggeri ma ricchi di immagini e metafore. Una distanza dal pubblico dell’ascolto superficiale o una sfida alla curiosità?
La parte testuale rimane per me quella più importante. Le parole sono un’urgenza espressiva e in modo naturale escono come un flusso di coscienza mentre scrivo, ma mi piace farle riposare, affinarle, renderle belle, magari fastidiose. Mi piace pensare di poter creare dei piccoli ritratti visivi fatti di tanti colori. Non vuole essere un nascondersi dietro metafore o giri di parole difficili, ne una presa di distanza da un determinato pubblico, bensì credo sia una necessità estetica radicata nel mio modo di scrivere. Il cantautorato oggi vive di un semplificazione verbale che probabilmente paga di più nell’immediato, vista la fruizione usa e getta della canzone e la grande saturazione dell’offerta musicale, ma credo anche che non si possa pretendere di parlare a tutti quanto magari parlare bene a qualcuno che abbia voglia di ascoltare.

Citiamo anche il video di lancio che mostriamo a seguire. Una location molto particolare…
Come le parole, anche la parte visiva per me è molto importante, deformazione professionale di che fa l’art director per lavoro da tanti anni e mi piace trattarla in modo non necessariamente o apparentemente lineare; non voglio che il binomio musica/immagini si riduca a una struttura didascalica, dove ciò che dico te lo faccio anche vedere; mi piace giocare con il significante e il significato delle parole e anche delle immagini, metterli distanti, deformarli, decontestualizzarli; mi piace poter lasciare aperta l’interpretazione, lanciare una traccia e lasciare a chi guarda la possibilità di farsi una propria idea.
La location poi si prestava particolarmente a ciò. Si tratta di un osservatorio astronomico, situato a Loiano, un paese vicino a Bologna; un posto fuori dal tempo, molto suggestivo, arricchito da questi macchinari e tecnologie dal sapore vintage, che ho trovato molto caratterizzanti per l’idea del video che avevo in mente.
Questi attrezzi volevo che in qualche modo andassero metaforicamente a rappresentare i “filtri” che costantemente mettiamo nei rapporti interpersonali; perché siamo alla costante ricerca di qualcuno che possa essere simile a noi, compatibile, ma spesso non siamo capaci di guardarlo realmente da vicino, abbassando le nostre barriere.

In tour e comunque nella scena che la musica deve fare…da te ci aspettiamo una grande cura dell’immagine…
Per me è inevitabile, vuoi per il mio background lavorativo, vuoi per la passione che ho per le arti visive. La musica si caratterizza anche di un universo visivo ben delineato, poi è chiaro che bisogna sempre scendere a patti con i mezzi che si hanno a disposizione; ho la fortuna, ma anche la sfiga a volte…, di lavorare nel mondo della comunicazione e della grafica e questo sicuramente mi è tornato utile per riuscire a dare all’intero prodotto una forma che fosse realmente mia. Ho curato molto e personalmente tutta la parte di immagine di questo progetto, dai video alle grafiche per l’album, avvalendomi da buon art director anche di bravi professionisti come Stefano Bellamoli, che ha eseguito gli scatti per la copertina dell’album.

“Le memorie dell’acqua”. Lo Yeti quindi cerca i segni del tempo per capire chi era o per scoprire il futuro?
Credo sia un percorso fisiologico universale, capire chi siamo per sapere dove andare. Lungi da me la filosofia spicciola, ma credo sia una necessità umana di molti artisti. C’è sempre un incipit espressivo legato alla contestualizzazione personale.
Questo è album per me è la presa di coscienza di determinati accadimenti ed esperienze della mia vita che, in altro modo, non ero riuscito a comprendere. Un modo quindi per raccontare e raccontarmi storie, capirle, accettarle e saperle quindi lasciare andare, all’acqua, che non tornerà a bagnarmi di nuovo, ma magari arriverà a bagnare qualcun altro, qualcuno che avrà voglia di immergersi.


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