DONNE E LAVORO: UN VERO ROMPICAPO

IL TASSO DI OCCUPAZIONE PIU’ BASSO DEI PRINCIPALI PAESI EUROPEI

imagesIl tasso di occupazione in Italia è ampiamente inferiore a quello medio prevalente nei principali Paesi europei: nel 2014 si è attestato al 55,7% a fronte del 65,9% della media dell’UE. Analizzando i dati per genere si scopre subito un fatto interessante. E cioè che a soffrire di questo gap sono essenzialmente le donne. Il loro tasso di occupazione è del 47,2%, circa 12 punti percentuali in meno della media europea, mentre la differenza per gli uomini è decisamente inferiore (70,3% rispetto a 72,8%). Aggiungiamo un altro fatto, collegato al primo. Dati recentemente diffusi dall’Istat ci dicono che l’Italia è il Paese, tra quelli dell’Europa occidentale presi in esame, dove le donne che lavorano impiegano più tempo per attività domestiche (cucinare, pulire casa, seguire i figli, etc.): ben 3:53h al giorno, circa 20 minuti in più della media. L’anomalia italiana non dipende dal fatto che nel nostro Paese vi è una maggiore attenzione per la cura della casa. Complessivamente in Italia il tempo dedicato a questo genere di attività è in linea con la media europea ma molto diversa è l’allocazione tra uomini  e donne  all’interno della famiglia con un record (negativo) di sproporzione a sfavore delle seconde. Se in Svezia il lavoro domestico di una donna supera quello di un uomo di 1:09h al giorno, il corrispondente dato per l’Italia è pari a ben 2:43h. Dunque in Italia le donne partecipano poco al mercato del lavoro e, anche quando sono occupate, devono farsi carico di gran parte del lavoro domestico. Esiste quindi una questione di genere. Quali le cause? E, a cascata, cosa è possibile fare per invertire questa tendenza e favorire la conciliazione tra lavoro e famiglia? Alcuni studi hanno messo in luce il ruolo dei modelli culturali prevalenti nella società. Altri hanno puntato l’indice sulle caratteristiche dell’offerta pubblica di servizi di welfare. In particolare la carenza di servizi pubblici per l’infanzia e per l’assistenza agli anziani e/o il loro eccessivo costo (specie se offerti da privati) farebbero sì che la famiglia media italiana tenda a produrre al proprio interno tali servizi con conseguente pregiudizio delle possibilità occupazionali della donna. È probabile che entrambe le spiegazioni contribuiscano significativamente a render conto del fenomeno. Tuttavia l’una e l’altra non lasciano molto spazio all’ottimismo: i modelli culturali, si sa, sono dotati di una forte inerzia così come i tratti essenziali dello stato sociale. Inutile attendersi grossi cambiamenti a breve termine. Non c’è nulla da fare allora? Non è detto. Un impulso al cambiamento è già in atto, grazie all’immigrazione. Cerchiamo di capire perché. Come noto, a partire dai primi anni ’90 il nostro Paese è diventato meta di flussi migratori sempre più intensi. Negli ultimi anni è cresciuto il peso della componente femminile che, secondo i dati dell’Istat sui residenti, nel 2014 ha superato il 50% (era circa il 40% all’inizio degli anni ’90). In termini assoluti si tratta di oltre 1,7 milioni di persone, il 5,6% della popolazione femminile complessiva (erano il 3,3% solo 5 anni prima). Le immigrate si concentrano in qualifiche a basso contenuto di capitale umano e, per quanto riguarda i settori, nei servizi di alberghi e ristoranti e, soprattutto, nella fornitura di “Altri servizi sociali” che includono diversi servizi alle famiglie quali collaborazioni domestiche, baby-sitting, cura e assistenza degli anziani, etc. Si tratta quindi di servizi che possono sostituire, almeno in parte, il lavoro domestico delle donne italiane. Tra le varie nazionalità delle immigrate, vi è anche una forte eterogeneità della specializzazione per settore di attività. Elaborazioni sui dati elementari della Rilevazione continua sulle forze di lavoro dell’Istat permettono di individuare le nazionalità “specializzate” nella fornitura di servizi alle famiglie: Albania, Ecuador, Filippine, Marocco, Moldavia, Perù, Polonia, Romania e Ucraina (circa il 50% del totale delle immigrate residenti). Vengono in mente due considerazioni. La prima è che la crescente presenza di immigrate (specializzate) potrebbe incrementare l’offerta di mercato di servizi sostitutivi del lavoro domestico e/o abbassarne il prezzo e, per questa via, facilitare la conciliazione tra lavoro e famiglia delle italiane. La seconda è che, d’altro canto, potrebbe aversi anche un effetto di segno opposto. Le immigrate infatti non svolgono solo servizi domestici ma anche altri lavori per i quali competono con le italiane: l’aumento dell’offerta potrebbe spingere i salari di mercato verso il basso e indurre così le italiane a lavorare meno o a non lavorare affatto (se il salario di mercato diventa inferiore al cosiddetto salario di riserva). L’analisi empirica aiuta a fare maggior chiarezza. Sfruttando la forte variabilità che la presenza di immigrate ha avuto nel tempo e, soprattutto, tra le diverse aree del Paese, è possibile stimare nell’ambito di un modello econometrico l’effetto della presenza di immigrate “specializzate” nei servizi alle famiglie sull’offerta di lavoro (misurata in ore settimanali) delle donne italiane. I risultati di tale esercizio mostrano che tale effetto, una volta tenuto conto delle caratteristiche individuali (età, istruzione, figli, etc.) e ambientali (sviluppo economico, capitale sociale, etc.) relative alle italiane, è positivo e statisticamente significativo. La sua entità, inoltre, è non trascurabile: la crescita di un punto percentuale delle immigrate “specializzate” sul totale della popolazione femminile (scenario possibile tra 2-3 anni, estrapolando dal passato) implica un incremento dell’offerta di lavoro di quasi un’ora alla settimana. L’effetto stimato varia inoltre con il grado di istruzione delle italiane ed è più forte per le laureate (che hanno un costo-opportunità del tempo più alto), per le quali si stima un aumento dell’offerta di lavoro di oltre 3 ore settimanali. Per confronto, dalla stessa analisi emerge anche che un figlio di età inferiore ai 6 anni diminuisce le ore lavorate dalla madre di poco più di 2 ore alla settimana.

donne-e-lavoroQuale lezione trarre dall’insieme di queste evidenze? Che la crescente presenza di immigrate ha sostenuto, almeno in parte, le performance del mercato del lavoro delle italiane che, probabilmente, in assenza di flussi migratori sarebbero state anche peggiori. E di questo ogni politica volta a modificare gli incentivi per gli stranieri a localizzarsi nel nostro Paese dovrebbe tenere conto. Più in generale, si sta di fatto assistendo a una privatizzazione delle politiche di conciliazione: lo stato fa un passo indietro e delega ai flussi migratori il necessario supporto alle famiglie italiane. Sarebbe importante interrogarsi su almeno due questioni: (i) è questo un sistema equo, nel senso che garantisce a tutte l’accesso a questi servizi il cui prezzo dipende dall’incontro di domanda e offerta? (ii) è inoltre un sistema sostenibile nel tempo? La scelta dell’Italia come meta del progetto migratorio è, appunto, una scelta. E non è detto che sia la stessa delle prossime generazioni di migranti, che valuteranno le prospettive economiche e di integrazione che saremo capaci di offrire.

Dottoressa Professoressa Cristina Siciliano


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