COME IL SISTEMA CREDITIZIO FA MORIRE LE IMPRESE ITALIANE di Francesca Borgna

Il forte aumento di liquidazioni del 2012 anche di società non rischiose dal punto di vista del bilancio è un segnale allarmante, perché indica che a uscire dal mercato sono non solo aziende in difficoltà, ma anche imprese con buoni fondamentali che non vedono prospettive di profitto nel mercato. Un anno fa nei primi 225 giorni le dichiarazioni di default, rilevate dall’osservatorio di Cerved Group, erano “appena” 8.728 e quota 10mila si raggiunse solo il 20 ottobre. Ad oggi  i fallimenti hanno quasi sfondato la soglia di quota 12 mila. Secondo i dati forniti dall’osservatorio della Camera di commercio di Monza e Brianza nel primo semestre del 2013 sono state registrate 6.500 nuove procedure fallimentari. Un aumento rispetto al 2012 del 5,9%. Che in alcuni territori ha superato il livello di guardia: il 33,8% in più in Toscana, il 31% in Calabria e il 26,9% in Trentino Alto Adige. Abbiamo chiesto l’opinione ad un esperto in materia, l’avv. Carlo Scorza, che da molti anni opera nel settore del risanamento delle imprese in crisi.

D: QUALI SONO LE CAUSE CHE PORTANO AL DECLINO E SUCCESSIVAMENTE ALLA CRISI DI UN’AZIENDA?

R: Le cause che possono portare al declino alla crisi, dipendono da fattori critici di successo di ogni azienda, nonché dalla posizione rivestita nel suo ambito competitivo : esse possono essere soggettive, direttamente dipendenti dal comportamento dei soggetti protagonisti della vita aziendale (cd. bad management) ed oggettive, cioè a matrice esterna, costituite da fattori non sempre controllabili dai vertici aziendali.

D:  I FATTORI DI CRISI SONO LEGATI TRA DI LORO DA RELAZIONE DI CAUSA ED EFETTO?

R: Sicuramente si.  Ora nel mentre le cause oggettive possono sfuggire al controllo del management, credo che ciascun imprenditore possa e debba compiutamente analizzare le cause soggettive, magari rivolgendosi a consulenti esperti.

R: IN CHE MODO L’IMPRENDITORE POTREBBE FAR FRONTE 

Veda, a mio parere, una delle principali cause soggettive è da individuarsi, dalla crisi di inefficienza, derivante dallo squilibrio tra i costi sostenuti ed i risultati raggiunti. In questo ambito gioca un fattore determinante il rapporto banca/impresa in quanto risulta quasi sempre condizionato da uno squilibrio a favore dell’istituto di credito. Ciò è dovuto anche alle ridotte dimensioni delle imprese italiane. Non sempre, infatti, l’imprenditore è in grado di contrastare le modalità di erogazione del credito ormai considerate consuetudinarie, anche se spesso censurate nelle sedi giudiziarie. E così finisce per subire vere e proprie vessazioni economiche e non comprende che alla lunga queste incidono sul conto economico della propria azienda fino a determinarne il collasso che per essere rimediato necessita di una strategia di riorganizzazione aziendale.

D: QUALI RIMEDI ALLORA SUGGERIRE ALL’IMPRENDITORE IN CRISI?

La giurisprudenza recente ha ormai fatto proprie le condanne delle prassi bancarie ristabilito nelle singole fattispecie, la necessaria equità in base alla normativa vigente in materia (Codice civile art.1283, T.U.L.B. Dlgs n.385793, legge 108/96 e Codice Penale at.644).  Le banche praticano da tempo l’anatocismo, ossia la capitalizzazione degli interessi debitori, in modo tale che così producano a loro volta, altri interessi. Di fatto si tratta di interessi “composti”. Tale prassi è ordinariamente applicata da parte degli istituti di credito, nell’ambito dei rapporti di conto corrente e talvolta di mutui. Ormai numerose sono le sentenze della magistratura che hanno condannato le banche alla restituzione del maltolto. L’imprenditore, nell’ambito della ristrutturazione aziendale potrebbe iniziare a rideterminare il proprio credito nei confronti della banche attraverso perizia econometrica e scoprire, così, di essere addirittura creditore delle banche. Non tutti gli imprenditori, infatti, sanno che a differenza del tasso nominale contrattualmente pattuito con la banca, il TAEG (tasso effettivo globale) contempla l’anticipazione delle quote di interessi nel corso dell’anno e, quindi, “dell’arricchimento anticipato” della banca. Inoltre, il TAEG considera anche gli effetti delle spese correlate. Naturalmente più il pagamento è frazionato tanto più ampia sarà la differenza tra tasso nominale e tasso effettivo. Ciò accade anche per i mutui e più in generale per i prestiti, il cui metodo di ammortamento (francese a rata costante).

Suggerisco, dunque, agli imprenditori di rivolgersi ad esperti del settore e avviare un piano di gestione e riorganizzazione aziendale finalizzato ad ottenere migliori condizioni contrattuali con gli istituti di credito, recuperare  somme indebitamente percepite dagli istituti stessi anche a causa della scarsa trasparenza del sistema bancario, nonché accettare e verificare eventuali errori esattoriali.

 


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