Le Rivoltelle: un rock tinto di rosa

Da Le Rivolte possiamo solo aspettarci che di conforme alle regole ci siano i suoni e il timing di un brano e che, per quanto conti alle etichette, ci sia una qualche forma riconoscibile di rock “comune”. Per il resto Le Rivoltelle fanno musica assolutamente personale che per quanto la si voglia etichettare c’è sempre un quid pluris che porta il tutto ad essere poco prevedibile e decisamente raffinato. Questo nuovo disco si intitola “Play e Replay”, intrecciando a se inediti di chiave decisamente sociale a grandi pilastro del musica italiana…tutto rigorosamente in chiave “Le Rivoltelle”. In rete ci riferiamo al video lanciato lo scorso Natale: “Auguri scomodi”. E direi che anche il titolo parla da solo.

Il rock diventa sociale. In qualche modo, da cantautrici, la musica deve avere sempre un impegno di questo genere?
Il rock è da sempre potente veicolo di contenuti oltre che di sensazioni ed emozioni. Crediamo fortemente nel valore educativo della musica e nel grande potere che essa ha di smuovere coscienze e di agire direttamente sulla società. Il mancato o fallito ricambio generazionale avvenuto nella musica cantautorale ci ha resi orfani di quella musica che serviva all’emancipazione da stereotipi, pregiudizi e discriminazioni. Noi cerchiamo di andare in quella direzione “utilizzando” le nostre canzoni per cantare la nostra rabbia.

In questo nuovo disco troviamo però anche grandi classici del passato che spesso hanno molto poco di sociale. Come li legate assieme al vostro modo di fare musica (arrangiamenti a parte)?
La scelta di reinterpretare brani che appartengono ad un repertorio musicale abbastanza comune è dettata dalla volontà di ricucire addosso a questi brani abiti totalmente nuovi e diversi da quelli originali. È un’operazione, questa, che facciamo da sempre e che rappresenta la voglia che abbiamo di incuriosire e sorprendere. Il filo di Arianna che permette alle canzoni di recuperare la via d’uscita dal labirinto in cui ad ogni vicolo cieco corrisponde una canzone diversa è proprio la nostra cifra stilistica unita al coraggio di sperimentare soluzioni non convenzionali.

Le scelte di queste grandi canzoni poi? Che percorso avete fatto?
Abbiamo seguito le nostre passioni e dato libero sfogo a quelle che in questo periodo sono le nostre fantasie musicali. Abbiamo seguito una linea emozionale piuttosto che logica seguendo l’istinto più che la ragione.

Con “Auguri Scomodi” avete dato una bella lezione al conformismo industriale anche delle grandi festività. Io personalmente vedo che stiamo peggiorando sempre di più in barba alle grandi opere che in qualche modo cercano di risvegliare le coscienze. Voi cosa ne pensate?
“Auguri scomodi” si cala perfettamente in questo tempo, contrassegnato dal disincanto, passioni tristi, individualismi e atteggiamenti nichilisti. Abbiamo scritto questo brano per suggerire riflessioni intime e personali sui concetti di solidarietà e umana compassione riferiti in particolar modo all’emergenza migranti. Servono a poco le grandi opere se prima non si opera un cambiamento di mentalità.


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