ESSERE BRAVE NON BASTA

Dalla seconda metà del secolo scorso alle donne italiane è stata data la possibilità di credere nella parità dei diritti e degli oneri.

Essere-brave-non-bastaDal dopoguerra sono quindi  fiorite iniziative di legge con l’obiettivo di eliminare tutte le discriminazioni civili e lavorative che relegavano le donne in un ruolo minore, familiare/materno, che ne sancivano l’inferiorità. Alla luce di queste azioni legislative le donne hanno creduto davvero che potessero essere trattate e considerate alla pari degli uomini, che potessero essere giudicate in base alle loro capacità e non al loro sesso. E si sono impegnate con risultati molto brillanti. Infatti  secondo l’ultimo Rapporto Annuale dell’ISTAT le ragazze si dimostrano più studiose dei ragazzi. Nella scuola secondaria di I grado, le ragazze ottengono i migliori risultati. In particolare, alle studentesse è stato attribuito il 61,8% dei giudizi di “ottimo” ed il 55,3% dei giudizi di “distinto”. Nella scuola secondaria di II grado, il 59,1% dei diplomati con lode sono studentesse. Esse si iscrivono all’università in percentuali più elevate degli uomini (il 71% delle diplomate continua gli studi contro il 60% dei diplomati) e il numero di donne che conseguono la laurea è maggiore di quello degli uomini e raggiunge il 58% del totale. Nella formazione post-laurea il 67,7% degli iscritti alle scuole di specializzazione sono donne. Per quanto riguarda i corsi di dottorato, le donne rappresentano il 51,7% tra gli ammessi ed il 52,8% tra i dottori di ricerca, un vero primato europeo delle ragazze italiane. Le italiane  sono perciò il settore della popolazione più istruito, più qualificato e più preparato per il mondo del lavoro. Ma il vantaggio femminile si ferma qui.  Esse infatti hanno più frequentemente degli uomini un lavoro a tempo determinato (34,8% contro 27,4%), e tre volte più dei loro coetanei maschi un contratto part-time, non per loro scelta (31,2% contro 10,4%). Il tasso di disoccupazione delle donne tra i 18 e i 29 anni è al 21,2% contro il 18,4% degli uomini della stessa età. Nel corso del 2014, a fronte della sostanziale stabilità dell’occupazione femminile, è peggiorata la qualità del lavoro delle donne: è diminuita, infatti, l’occupazione qualificata, tecnica e operaia ed è aumentata quella a bassa specializzazione, dalle collaboratrici domestiche alle addette ai call center. Lo sviluppo dell’occupazione femminile part-time è stato poi caratterizzato dalla diffusione dei fenomeni di involontarietà, mentre è andato ampliandosi il divario di genere nel sottoutilizzo del capitale umano: il 40% delle laureate ha un lavoro che richiede una qualifica più bassa rispetto al titolo posseduto. E non va dimenticato un dato sconfortante: sono circa 800 mila (quasi il nove per cento delle madri che lavorano o hanno lavorato in passato) le donne che, nel corso della loro vita, sono state licenziate o messe in condizione di lasciare il lavoro perché in gravidanza, e solamente quattro su dieci hanno poi ripreso il percorso lavorativo. In questo quadro, arrivare a posti dirigenziali e al vertice è per le donne ancora un miraggio. Le capacità femminili a fronte di punti di partenza simili a quelli degli uomini, se non addirittura in vantaggio come nella Pubblica Amministrazione, sembrano penalizzate nella progressione di carriera.

b_p-73114-abstr_img-shutterstock_165215327Questo meccanismo che nelle carriere premia un sesso anziché il merito non soltanto impedisce a chi ne ha le qualità di accedere in misura significativa alle posizioni di eccellenza, ma penalizza l’innovazione e il virtuoso avvicendamento dei soggetti nei meccanismi decisionali di qualsiasi organizzazione. Non a caso, il Global Gender Gap, l’ultimo report annuale del World Ecomomic Forum sulla situazione di parità fra uomini e donne nei diversi stati del mondo, fa scivolare l’Italia dal 72 al 74 posto (su 134) per il divario crescente in termini di disoccupazione e di discrasia nelle posizioni apicali in campo politico, economico e sociale. Su questo punto le Istituzioni, i politici, i decisori hanno pronta una risposta. “Aspettate e vedrete che ce la farete. Infatti il numero di donne nelle varie professioni è in costante aumento e perciò la situazione si risolverà naturalmente con un po’ di pazienza”. Sorge perciò spontaneo chiedersi quanto dobbiamo aspettare. Poniamoci l’obiettivo di arrivare al 50% di donne nei posti apicali di una determinata carriera. Se diamo un’occhiata a quello che succede in altri paesi d’Europa rispetto alle carriere scientifiche e accademiche solo in Germania e in Spagna sarebbe possibile aspettare che arrivi naturalmente la parità senza fare ipotesi, poiché in quei paesi la crescita delle donne nei posti apicali è più forte di quella degli uomini. In questa situazione, in Germania la parità arriverebbe nel 2084, in Spagna nel 2092. In Italia se non blocchiamo la possibilità degli uomini di aumentare ai vertici accademici, le donne non ce la faranno mai, poiché la distanza è troppa e diventa incolmabile. Se da sole le donne non ce la possono fare, è necessario intervenire. Intervenire tocca nervi scoperti, procedure informali consolidate, lobby interne alle istituzioni e alle organizzazioni. Alla attenzione dei politici e decisori va portato il fatto che non intervenire e lasciare la situazione così com’è ha un costo, non solo in termini di spreco di intelligenze e di risorse, ma anche economico.

Dottoressa Professoressa Cristina Siciliano


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