DARIO, GIOVANNINO E LE RELAZIONI….

Il week end trascorse alla grande. Sole, mare e bellissime ragazze cominciavano con le prime avvisaglie estive ad arricchire panorami carichi di luce e di profumi.

Dario ed i suoi amici si ritrovavano con più energie, ottimismo e un diffuso benessere che li portava a momenti di sgangherata euforia e, seppur tutti con moglie e figli, al baretto sognavano tresche ed avventure amorose come negli anni dell’adolescenza.

E così, arrivato il Lunedì, arrivai con qualche minuto di anticipo al nostro bar, ritrovo di tante discussioni e tanti progetti che nascevano e morivano spesso nell’arco di tempo di un caffè.

Dario ed altri amici erano immersi in una discussione animata e mentre mi avvicinavo a loro riconobbi Giovannino, un vecchio compagno di classe ai tempi del liceo, con il pallino delle ragazze.

Soprannominato Dongiovannino lo trovai ancora in forma ed aitante seppur la sua chioma, ancora folta ed integra, andava anche per lui inesorabilmente ingrigendosi.

Salutai calorosamente tutti e sedutomi al tavolo ordinai anch’io da bere.

Si avvicinò tra gli altri anche Dongiovannino curioso non tanto della mia persona ma piuttosto di quali intriganze potevo riservargli nel mio discorso.

Dario mi ricordò l’argomento da trattare: quale banca è migliore? Una piccola, locale oppure quelle medie e grandi a diffusione nazionale?

Appreso l’argomento da trattare, Dongiovannino stava per andarsene quando, aggiungendo il sottoscritto la parola RELAZIONE, si bloccò quasi fulminato e, con attenzione morbosa, restò appena discosto a sentire anche lui…

Infatti dissi che la parola chiave per definire una banca ideale per la propria attività od operatività personale era. Proprio. la qualità della RELAZIONE che si cercava.

Ciclicamente accade che, in momenti diversi dell’economia, si affaccino sul panorama mediatico guru della finanza e strateghi dell’economia che salvo rarissime genialità, spesso finiscono nell’oblìo dei falliti predittori. La loro schiera è talmente numerosa e variopinta che potremmo elencarli in un ipotetico arcobaleno di teorie e contro-teorie le une avvincenti e probabili quanto le altre estremiste ma altrettanto improbabili.

L’economia, cari amici è considerata prevedibile poiché effetto di un costante condizionamento nel sistema del fattore UOMO e solo marginalmente di altri eventi naturali. Si potrebbe, azzardando un po’, parlare quindi di una sorta di  “relativismo economico”, considerando che le credenze e i comportamenti delle persone potrebbero essere compresi solo nel contesto della cultura in cui questa vive.

Tutto è stato antropizzato dall’uomo: dai comportamenti animali (pensate al cane) a quelli vegetali (gli OGM), dalle variazioni climatiche ai cambiamenti di colture ed abitudini alimentari… ma siamo sicuri che l’uomo ha saputo anche dare una direzione certa ai suoi cambiamenti? Saranno essi realmente prevedibili come molti guru della finanza ci vogliono far intendere?

Oggi. di certo, si può solo predire che ci sarà un cambiamento od un non- cambiamento ma la sua direzione o non-direzione è legata ad infinite variabili, tutte antropiche, e quindi imprevedibili se non relativizzate in precisi contesti culturali segnati dal tempo e dalla storia. Va bene, me per quelli futuri? Saremo in grado di prevedere il futuro? Dal gettone telefonico nel corso di pochissimi anni siamo passati al cellulare e quindi ad una comunicazione globale, il mondo è cambiato senza che avessimo il tempo di preparare un ricambio generazionale. E così è stato per l’economia con l’apertura di un mercato globale spesso privo di logiche e di comune regolamentazione.

Si parlava di una lieve ripresa economica in atto per l’Europa che ci riempiva il cuore di speranza, poi Putin decide di cancellare gli ultimi decenni di riforme e di aperture alla democrazia ed alla libertà dei popoli (proprio lui figlio della perestroika) per far risprofondare nel passato prossimo la sua nazione  e quelle vittima dei suoi rigurgiti imperialisti da primi del novecento.

Eppure fior di economisti avevano analizzato numerosissimi indicatori economici che li avevano convinti delle loro teorie. Purtroppo tra gli indicatori analizzati non vi è stata la follia di quegli uomini che, nella guerra e nella sopraffazione armata, coltivano i loro beceri ideali di una supremazia economica sui popoli.

E così, come nel gioco dell’oca, siamo tornati al punto di partenza.

Tornando alla questione se piccolo è meglio di grande o viceversa, ho letto recentemente un articolo di giornale dove si titolava: “Obbligatorio diventare grandi per uscire dalla crisi”. Il giornalista rilancia un convincimento di un esperto del settore creditizio italiano, partner di una importante società di consulenza strategica,  David Friedenthal, dove, con dati alla mano ed elencazione di alcuni clamorosi commissariamenti di piccoli sportelli trae le conclusioni asserendo che il piccolo non potrà più competere sul mercato e sarà destinato o ad una concentrazione bancaria o ad un misero commissariamento.

Pur apprezzandone alcuni  spunti, personalmente la sua teoria però non mi convince del tutto. Anche se l’analista ricorda anche la Banca Marche tra gli istituti recentemente commissariati e di medie dimensioni (oltre 100 sportelli commissariate) come fosse un esempio raro ed isolato,  ne potrei citare certamente altre di media grandezza che hanno fatto la stessa fine se non peggiore. La Popolare Spoletina per esempio con oltre 100 sportelli oppure la Cassa di Risparmio di Ravenna…

Quanto alle grandi banche bisogna stare attenti nel valutare non in modo assoluto ma ponderatamente i loro risultati. In rapporto ai mezzi impiegati, al capitale, al numero di clienti e quindi alle masse espresse, non sempre un utile fatto di milioni di euro è l’esatta espressione di una perfetta gestione. Potrebbe essere frutto di casualità/imponderabilità di mercato, di proventi da episodi straordinari spesso non ripetibili, utili che potrebbero deteriorarsi grossolanamente con l’esercizio successivo all’aggravarsi delle condizioni di mercato o potrebbero, addirittura, contrarsi per un’improvvisa inattesa esplosione del mercato….

Non esiste una regola assoluta per essere vincenti, non esistono dogmi in economia.

Grande è bello, sostiene l’analista.

Io dico dipende.

Dario ricorda quante paure di un tracollo o di una facile scalata ha vissuto pochi anni fa la grande Unicredit quando scoppiò la crisi dei mutui sub-prime. Quanti indennizzi furono pagati alla clientela per aver proposto prodotti finanziari a base azionaria o obbligazionaria con all’interno presenza o tracce di aziende internazionali prossime al default?

E’ bastato un forte raffreddore negli Stati Uniti per diffondere un febbrone da cavallo in tutto il resto del mondo.

E le vicende recenti e quelle dietro l’angolo del grande e glorioso Monte dei Paschi di Siena, oggetto di malversazioni, inquinamenti politici, bufale ai clienti e di truffe nazionali e internazionali… nel mare magnum dei suoi numeri e delle sue masse con quanto ritardo consapevole o inconsapevole gli organismi di vigilanza hanno realizzato l’enormità delle perdite ed i danni alla sua clientela che s’è ritrovata al suo fianco non un leale compagno d’ affari ma un amante fedifrago e famelico.

Questi sono i vulnus dei grandi Istituti costretti spesso a  grandiose ricapitalizzazioni, cadute di valore in borsa e potenziali scalate da parte di gruppi bancari stranieri, spesso carneadi virtuosi in un sistema bancario globale pieno di rischi ma anche di opportunità.

Friedenthal si sofferma altresì sulle motivazioni legate alla possibilità nel “piccolo” di commistionare eccessivamente gli interessi della governance bancaria (espressione spesso del territorio) con quella dei clienti che chiedono credito oppure alla fragilità delle masse critiche che le rappresentano e che ne limitano la crescita ed un ulteriore sviluppo.

Purtroppo  anche in questo ragionamento non trovo la vera verità.

Probabilmente i rischi nelle piccole banche possono essere rappresentati da tutte queste discriminanti oggettive, è vero, ma va chiarito subito che se le cose assumessero sempre una tale piega non si capirebbe la capillarità di presenze di innumerevoli  piccole banche su tutto il ns territorio.  Il mestiere di una piccola banca radicata nel suo territorio è un mestiere che solo essa potrà interpretare e sviluppare. Proprio per la sua interessenza e la sua emanazione territoriale conoscerà, sempre meglio degli altri grandi player bancari, i vizi e le virtù della sua piccola comunità economica e poi, parliamoci chiaro, sono i soli a poter sopravvivere in realtà realmente isolate e di non interesse delle grandi banche che per sopravvivere ai loro enormi costi strutturali devono ricercare piazze demograficamente popolose.

E poi la formazione, le economie di scala, il pricing … tutti elementi per l’analista che generano il vulnus esistenziale per i piccoli… ma sarà davvero così?

Dario affinò lo sguardo e curioso mi chiese di parlargli di pricing.

Ti accennerò qualcosa in questo incontro ma essendo un argomento interessante da approfondire lo tratterei in una prossima occasione insieme alle banche Low-Cost.

D’accordo disse Dario, vai avanti.

Personalmente avendo lavorato per oltre un decennio per una “piccola”, ora media, banca regionale ho potuto sperimentare l’unico valore aggiunto che radicalizza il rapporto con il cliente, che lo fidelizza e ne arricchisce i contenuti: la RELAZIONE.

E’ tutto lì. La chiave dell’inattaccabilità e dell’eterna giovinezza, della difesa dalle banche low-cost e dalle lusinghe temporanee dei grandi gruppi. Solo la conoscenza approfondita del territorio, della sua economia, dei suoi clienti, del loro stile di vita, delle loro famiglie e la condivisione delle loro difficoltà esistenziali possono far nascere quello scambio di domanda ed offerta di servizi bancari realmente utili alla nostra clientela che si contano sulla punta delle mani. Non c’è politica di pricing che possa competere su qualcosa che è molto di più di qualche euro in più, soprattutto quando  la Relazione, al suo massimo livello, diventa condivisione. nel rispetto dei ruoli e delle regole..

Dario mi guardò con stupore e domandò:

Ma allora se è vero che di tutti i prodotti e servizi bancari proposti ai clienti solo una dozzina di essi sono realmente indispensabili per la sua attività economica e finanziaria significa che tutto il resto è solo un’invenzione delle banche per garantirsi una sopravvivenza strutturale nelle grandi dimensioni ?

Ottima domanda Dario.

L’economia del nostro paese è generata per oltre il 90% dalle PMI, come ci dice il Registro delle Imprese, ovvero il soggetto che ci fornisce a livello nazionale gli  indicatori di sviluppo economico e imprenditoriale. E se è vera questa premessa allora chi meglio del medio-piccolo istituto bancario può interpretare le necessità finanziarie espresse da molte delle innumerevoli  PMI ?

Quale soggetto bancario potrebbe realmente supportare consapevolmente e direi naturalmente  i fabbisogni finanziari delle famiglie, dei piccoli artigiani, dei commercianti ed agricoltori di una circoscritta comunità se non una piccola banca capace di ascoltare sin dalla sua testa, con una piramide decisionale molto corta e una presenza in aree scarsamente bancarizzate ?

Spesso, durante il mio lavoro in quella banca, ho vissuto felici delibere di affidamenti  per realtà territoriali difficilmente e faticosamente comprensibili ai grandi istituti fatti di rating, score, pef, centrali informative, monetica, studi strategici e modelli comportamentali e chi più ne ha più ne metta…

L’analisi del merito creditizio per quanto professionale e veritiera si fondava, sempre, sul valore dell’opera dell’uomo, della sua storia, del suo mercato, del suo patrimonio, della sua cultura, nell’investimento che si tramanda e si perpetua in un territorio spesso dimenticato dai grandi numeri e dalla grande economia ma che sa sopravvivere di piccole cose … in poche parole sull’economia reale, la più reale che si potesse misurare e finanziare.

Parole come cambiale agraria o ittica, il privilegio, il fido di campagna, il libretto di deposito e risparmio, i certificati di deposito….  Oggi questi  strumenti e prodotti finanziari dal sapore antico, quasi primitivo, spesso irrisi dalle grandi banche evolutesi  in contesti e mercati globali sono snobbati per la loro estrema semplicità e modesta redditività per il conto economico della banca.

Ma allora, chiese Dario, le banche non fanno che i loro sporchi interessi e discriminano le vere necessità di crescita di un’azienda?

Vedi Dario, è proprio grazie al supporto delle piccole realtà bancarie che la PMI una volta cresciuta sana spesso si emancipa dal proprio territorio, si struttura, apre i suoi confini e si internazionalizza, quasi sempre accompagnata da una grande banca.

In assoluto non esistono più i mercati ristretti e poi troppo genericamente oggi si parla di PMI., che si vuol dire con PMI?

Le PMI oggi sono catalogate nelle Camere di Commercio spesso solo per numero di addetti e fatturato. Ma secondo voi è così corretto il loro dimensionamento?

Io credo di no. E’ una valutazione statica e non vitale. E allora se non riflette lo stato delle cose , che significato può avere continuare ad affermare che la PMI opera in un mercato ristretto, in una sua nicchia?

Il mondo è cambiato da tempo, sveglia  amici miei.

Con la globalizzazione ed internet una PMI se si concentrasse sulle opportunità offerte dal mercato e le sapesse cogliere supportata nei nuovi obiettivi da una grande banca, potrebbe far esplodere numericamente in qualunque momento il suo fatturato ed i suoi addetti così come in altri paese accade normalmente.

Ciascuno deve saper fare il proprio mestiere, quello per il quale è nato. Un grande Istituto bancario non potrà mai realmente competere e vincere su una piccola banca così come una piccola realtà non dovrebbe distrarsi dalla sua intima e vitale missione locale aprendosi e cercando un confronto impari ed improprio, con i grandi operatori del mercato globale. La grande banca serve al nostro sistema Paese, ne difende l’economia, i suoi capisaldi e ne modula domanda ed offerta mediando tra mercati oramai senza confini. Operatività in valute estere, bonifici transfrontalieri, azionisti cosmopoliti e filiali estere, partecipazioni con altri gruppi bancari, attività di merchant banking, formazione specialistica del proprio personale per confrontarsi con interlocutori e dinamiche internazionali e globali.

Potrebbe fare tutto questo una piccola banca locale?

Certo che no, rispose Dario preoccupato… ma allora io con chi dovrei fare affari, con una piccola o con una grande banca?

Vedi Dario, tu sei un piccolo artigiano con una buona formazione e desiderio di crescere. Se ben assistito il tuo mercato di nicchia potrebbe, in un qualunque momento tu colga una diversa opportunità, aprirsi e permetterti di crescere.

Si è proprio così…rispose fiero Dario.

Bene, un Istituto di medie/grandi dimensioni può farti fare quella crescita dimensionale della tua azienda e supportarti su nuovi mercati purchè, anche tu, rispetterai quelle regole basilari oramai condivise nel sistema e fondate su una maggiore attendibilità e trasparenza nei bilanci e nelle dichiarazioni reddituali.

Per operare e sopravvivere in un grande mercato occorre rispettarne le regole e i comportamenti virtuosi e coerenti. Per nascere, crescere e svilupparci abbiamo bisogno di entrambe le banche, di diverse dimensioni e potenzialità. Di diverse culture e formazione. La migliore banca in assoluto sarà quindi quella che considererai il tuo miglior collega di lavoro.

Dongiovannino mi scrutava con sospetto ed alla fine, dopo essersi guardato intorno, sentenziò:

Senti Alessandro, io ho un piccolo vivaio appena fuori la città e sono anche socio della locale banca di credito cooperativo. Ci lavora anche un parente di mia moglie e ci da tutti quei servizi necessari alle nostre necessità.

Non ho bisogno di ALTE relazioni io… ma di ALTRE magari sì.

Strizzò un occhio agli amici e si allontanò, accompagnato dagli sguardi di tutti noi, dietro a due gambe davvero niente male…

Dario commentò bevendo un ultimo bicchiere: Dongiovannino , probabilmente, è l’unico tra noi ad avere capito davvero tutto della vita.

In una risata generale salutai anche io il gruppo rimandando al nuovo incontro con un nuovo tema.

Dott. Alessandro Palamidesse


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