Paolo Talanca: un canone per la canzone d’autore

Studioso, critico musicale e scrittore…di recente il successo con il suo ultimo libro dedicato a Ivan Graziani dal titolo “Ivan Graziani. Il primo cantautore rock” edito da Crac Edizioni. Paolo Talanca da anni ha impegnato i suoi studi e le sue ricerche sulla musica d’autore al fine di dare un giusto riconoscimento a questa meravigliosa branca della tradizione musicale italiana di cui spesso, oggi soprattutto, viene dimenticato il valore effettivo e in qualche modo – mi si passi il termine molto figurativo – ne viene violentata la sua dignità. Il recente premio Nobel conferito a Bob Dylan ha fatto si che la canzone d’autore acquisisse una posizione sociale e culturale nella letteratura ufficiale. Ma non deve essere questa la scusa per dirsi vinta una guerra: a tal proposito Talanca affronta e cerca di restituire un canone di qualità del cosiddetto cantautore in un prezioso lavoro di ricerca svolto per un Dottorato all’università Tor Vergata di Roma discusso lo scorso 22 Febbraio. Un lavoro questo che punta così a delineare la faccia, il carattere e soprattutto le linee guida perchè si torni a riconoscere la qualità e la cultura di questa importantissima fetta della musica italiana…la stessa musica che troppo spesso viene infangata e manipolata a scapito delle onnipresenti logiche di mercato. Che bello sarebbe studiare la canzone d’autore anche alle scuole primarie…e anche a questo punta fiero Paolo Talanca.

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Ad uno studioso della materia come te non posso che fare questa prima domanda: secondo te è la musica che a suo modo contamina e condiziona la società, le mode e la cultura oppure è il contrario? Cioè gli artisti creano a prescindere o in base al linguaggio del momento? Questo tanto per fare riferimento ovviamente a quando più volte De Gregori e molti suoi illustri colleghi hanno dichiarato che se negli anni ’70 non parlavi di politica e non ti schieravi e non venivi accettato come artista…
Le canzoni sono sempre un prodotto della società, ma più che di mode parlerei di linguaggi riconosciuti ed esteticamente validi. Le mode lasciamole ad altri ambiti, lontani dalla canzone cosiddetta d’autore. Anche la pretesa politicizzazione  di cui parla De Gregori: in pochi sono riusciti a distaccarsene, sono quelli che alla lunga riconosciamo come i più grandi. De Gregori stesso (che subì un vero e proprio processo sommario), De André che quasi si pentì d’aver scritto “Storia di un impiegato”, il Guccini de “L’avvelenata” e della quasi totalità della propria produzione, Gaber, Ivan Graziani, Lucio Dalla. I più grandi hanno sempre rivendicato la propria libertà rispetto alle mode, la moda politica non può che essere un’icona da soddisfare, che fa diventare pop qualunque sedicente canzone d’autore.
La pretesa politicizzazione, per di più, ha tenuto fuori fuoriclasse della canzone d’autore come Claudio Baglioni. Perché? Perché aveva il torto di saper scrivere anche delle hit commerciali.

Il tuo studio e le tue analisi oggi portano a indicare come 39 gli artisti che in qualche modo racchiudono i dettami principi della canzone d’autore. Quindi tutta la produzione che oggi cerca a stento di venir fuori in qualche modo possiamo dire che rappresenta un clone o una diretta conseguenza di questi 39 capisaldi?
Non è esattamente così. Io divido questi 39 artisti in vari momenti. Parto da un’età ‘grammaticale’, in cui il linguaggio ‘canzone d’autore’ è nato e si è sviluppato. Poi si è passati (più o meno a cavallo tra anni Settanta e Ottanta) a un’età che chiamo ‘applicativa’: l’industria cercava generi più d’impatto e la struttura d’autore andava unita con un’anima più orizzontale, rock, pop o jazz revival che fosse. Alla fine del Terzo Millennio, poi, l’informatica e internet hanno rimesso tutto in discussione, cosicché il cantautore si è riappropriato della produzione artistica delle proprie canzoni. È qui che colloco la ‘rinascita’ di quelli che chiamo ‘cantautori novissimi’, che negli anni Ottanta erano stati eclissati dall’industria. È una specie di ciclo e non potrebbe essere altrimenti: le canzoni, e chi sa scriverle, esistono da sempre; immergerle in un contesto mediatico le ha fatte diventare ‘popular music’, ma la loro alchimia e il sottile funzionamento della loro riuscita prescinde da qualsiasi industria, è una magia inestricabile. Ci sono colleghi che si preoccupano di scrivere fiumi d’inchiostro sugli inciuci tra case discografiche, organizzatori di eventi, televisioni e via dicendo. Li invidio moltissimo per la costanza, ma io soffermo sulle canzoni.
Le attuali condizioni fanno sì che stia tornando in auge una nuova età grammaticale. Oltre ai cantautori novissimi, le attuali condizioni hanno permesso la nascita di autori canonici come Vasco Brondi e Dario Brunori. “Non so se sia nata prima la ciotola o la canzone. Probabilmente la ciotola, ma subito dopo è nata la canzone per celebrarla”: queste parole forse sono di Tom Waits, di certo sono molto vere.

E restando al concetto di nuova canzone d’autore. Nuova Canzone d’autore: secondo te che significato dovrebbe avere questa espressione da un punto di vista Artistico prima e Giornalistico poi?
Non so, probabilmente un significato poco importante. Ho sempre trovato il ‘nuovo’ non un valore in sé. Per restare a Tom Waits: dire ‘nuova canzone’ sarebbe come dire ‘nuova ciotola’. Ma, per metafora, una ciotola serve per contenere vivande da mangiare; ho l’impressione che troppo spesso si esaltino ciotole bucate o con fondi inesistenti solo perché nuove.

Qualità e riconoscimento…l’eterno dilemma della meritocrazia. Quasi a rinforzo di questa espressione oggi assistiamo anche ad un crack nel mondo del prestigioso club Tenco. Vediamo passare alla ribalta artisti che sinceramente sono totalmente discutibili. Spesso li vediamo già al loro esordio calcare le scene che altri grandi pilastri hanno ottenuto dopo anni e anni di gavetta. Da giornalista e da cultore del genere: il tuo punto di vista?
Io credo che qualunque tipo di linguaggio artistico, per restare in salute, non possa prescindere da un onesto, competente e argomentato ragionamento su di esso. Si parte dall’emozione dell’opera d’arte, è indubbio, ma il riconoscimento sociale e poi critico è indispensabile. A mio parere la sola arte interessante è quella ‘autentica’, anche nel senso di quella di cui si riesca ad autenticare la magistrale sapienza dell’artista. A quel punto, il gruppo sociale di riferimento farebbe bene a ‘celebrare’ l’artista in quanto unico in grado di realizzare quell’opera in quel preciso modo: un modo che ci descrive, che trasferisce il linguaggio del mondo in un codice scintillante, che noi in questa intervista stiamo chiamando ‘canzone’, più nello specifico ‘canzone d’autore’. I critici servono a mettere ordine in tutto questo, perché tutte queste energie sono ovviamente caotiche.
La nostra epoca è quella della musica in televisione: di per sé un equivoco. La televisione è diventato canale di fruizione, non più di semplice e salutare diffusione. Anche qui, sono tentato a pensare che le cose cambieranno, com’è nell’ordine delle cose, perché ci sono spie importanti: Capossela (il ‘novissimo’ più famoso) non va in televisione ma ha un grosso seguito; Dario Brunori e Vasco Brondi non è grazie alla tv che fanno i loro numeri. Sono prove inconfutabili del fatto che la musica in tv e quella fuori saranno sempre parallele.

La letteratura con il Nobel a Dylan ha raggiunto sicuramente un traguardo storico nella sua identità sociale e culturale. Non vorrei aprire l’annoso dilemma si sia giusto o sbagliato, se sia Dylan il vero meritevole di questa onorificenza o ci siamo persi per strada qualcun altro. Ma una domanda assai spigolosa te la voglio fare lasciando che sia il pretesto per un’analisi assai più concreta: quanto il Nobel è servito a Dylan o quanto invece Dylan è servito al Nobel?
Credo che il Nobel sia servito alla canzone d’autore; finalmente, direi. Non credo sia interessante la fama di Dylan o lo stato di salute del Nobel, almeno non quanto il fatto che finalmente è calato il velo d’ipocrisia verso una forma artistica autonomamente letteraria: che lo è almeno quanto la poesia.

Ma puntando dritto allo scopo del tuo lavoro. La musica d’autore fina dei primi anni di scuola. Che progetto ambizioso!!! Qual è il vero obiettivo che hai destinato ai tuoi sforzi in merito?
L’obiettivo è ovviamente buttare basi convincenti e fondate per un canone letterario della canzone italiana: i pedagogisti devono necessariamente attingere dall’accademia le nozioni, dunque quest’ultima è tenuta a fissare dei paletti. Sin dalle medie è possibile stilare un elenco di autori e di testi da far ascoltare, lavorando almeno sulle intenzioni melodiche e armoniche, ritmiche e timbriche che regolano la sintassi e le intenzioni delle parole. Così ci si accorgerà che quei meccanismi non sono poi tanto lontani da quelli della poesia. Non si capisce come mai Petrarca e Leopardi li si possa insegnare alle medie e Guccini e De Gregori no. C’è più musica nel rapporto tra endecasillabo e settenario nelle canzoni di Petrarca che nel flauto dolce delle medie. L’endecasillabo non è necessariamente un verso di undici sillabe, come spesso si vuol far credere: è il ritmo che fa la differenza. La poesia, come la canzone, non si esaurisce sulla carta e non deve perdere mai la funzione giocosa. Il gioco è qualcosa di estremamente importante e… serio.

Chiudiamo il cerchio riallacciandoci alla prima domanda con una delle più banali e commerciali perplessità: se De Andrè fosse nato oggi, nell’era di FaceBook e di questo scarso livello culturale di massa (anche e soprattutto promosso dai media), sarebbe diventato il Faber che oggi tanto celebriamo? In altre parole secondo te, il genio e la qualità sono ricchezze che esistono a prescindere o è un valore ineluttabilmente legato a chi ha il potere di riconoscerle?
Certo che sì, lo sarebbe diventato senza dubbio: il potere di saper riconoscere il genio è più diffuso di quanto si sia portati a pensare.


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