L’ITALIA NON È UN PAESE PER DONNE

Per il mercato italiano la maternità è un handicap, è il vero ostacolo alla conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare: in una delle settimane più importanti per le riforme arrivano gli ultimi dati dell’Istat sul lavoro femminile: donne che rinunciano al lavoro per la maternità, donne che rinunciano alla maternità per il lavoro. Da dove la si guardi, la condizione delle donne di tutte è sempre più difficile.

donneitalialavoropoliticaTasso di natalità tra i più bassi del mondo occidentale, tasso di occupazione femminile ugualmente fra i più bassi e che continua a scendere. Prendiamo ad esempio un piccolo pezzo d’Italia, significativo per operatività: le Marche. Nella regione sono 573 le madri che nel 2013 si sono dimesse nel primo anno di vita del figlio, durante la gravidanza o dopo la nascita. Nel quinquennio 2009-2013 sono stati 2.980 i padri e le madri che hanno perso il lavoro. A questo numero se ne aggiunge un altro, difficile da quantificare, di mamme con contratti precari. Le motivazioni dell’abbandono? Non c’è un parente a cui affidare il bambino, non si è ottenuta l’iscrizione al nido, i costi elevati dei servizi nido e baby sitter.

Nel 2013 quasi una madre su quattro, a distanza di due anni dalla nascita del figlio, non ha più un lavoro: un dato stabile nel tempo.

«È un dato pesante, strutturale, che si trascina negli anni; si evidenzia che c’è un problema serio nel rapporto maternità-lavoro», commenta Linda Laura Sabbadini, direttrice dipartimento Statistiche sociali dell’Istat.

È un problema che si ritrova anche in altri paesi europei, ma non nella dimensione che assume in Italia: questo è dovuto al combinarsi di una serie di motivazioni, quella fondamentale è la conciliazione dei tempi di vita, ovvero l’organizzazione dei tempi per se stessi, la famiglia, il lavoro. Siamo una società rigida e la conciliazione non è mai stata perseguita con forza, mentre nei paesi nordici l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, fin dagli anni ’50, ha visto un impegno forte nelle politiche sociali e dei servizi. Noi abbiamo avuto la legge sui congedi parentali e sui servizi innovativi dell’infanzia solo nel 2000, un momento particolarmente effervescente che non ha avuto un’adeguata continuità.

A frenare l’occupazione femminile (e anche la natalità) è poi la forte rigidità di ruoli all’interno della coppia rispetto ad altri paesi: il sovraccarico dei compiti domestici e di cura sulle donne è maggiore. È la donna infatti, in Italia, il vero ammortizzatore sociale: essa è mamma, moglie, figlia, sorella. Sono quelli che Moreno nel suo psicodramma chiamava «stati relazionali» e che nella terapia da lui ideata gestiva come esperenzialità una alla volta. Le donne invece sono tutto e contemporaneamente e spesso, quindi, rinunciano alla maternità per non perdere il lavoro.

Un dato forse positivo c’è: a mantenere il lavoro sono soprattutto le laureate che lo lasciano o lo perdono “solo” nel 12,2% dei casi. Questo dato è significativo poiché ci dice che il maggior investimento in cultura e informazione paga in quanto garantisce maggiormente da azioni di ricatto, ma anche perché permette di ricoprire mansioni con remunerazioni mediamente più alte. Però la strozzatura c’è, come c’è un clima sociale assolutamente sfavorevole alla maternità, perché sia a livello normativo, che a livello economico, che a livello sociale, niente va incontro alle esigenze di una donna che vuole avere figli. Ancora peggio va alle donne che puntano a una crescita e a una carriera: la presenza femminile ai vertici delle imprese italiane, quotate e non quotate, va molto piano. Addirittura negli ultimi due anni le dirigenti sono diminuite: questo perché le normative vigenti puntano a tutelare le madri, ma non madri che vogliono lavorare. Risarcire la maternità significa continuare a considerare le donne soggetto debole. Bisogna invece “indebolire” le tutele per aprire il mercato del lavoro, ma soprattutto spostare l’attenzione dalle donne alla cura rimettendo in gioco l’organizzazione del lavoro e il ruolo di uomini e donne all’interno della famiglia: flessibilità di orari e di contratti; attenzione al merito e alla qualità del lavoro più che al tempo; valorizzare talenti e obiettivi. Da cui una maggiore soddisfazione personale, una maggiore serenità familiare e, perché no, una maggiore produttività. Relativamente al piano culturale, nello specifico,  su 66 edizioni del premio Strega, solo 10 sono stati vinte da donne. L’ultimo, più di dieci anni fa, nel 2003. Agli scrittori si chiede sempre che cosa pensano; delle scrittrici, si chiede cosa sentono. I siti letterari sono dominati da uomini e le classifiche le scalano gli scrittori, sempre uomini. Eppure i libri li leggono soprattutto le donne;  è come se la donna per difendere le “posizioni acquisite” abbia paura di scoprirsi: non parla di sentimenti per non sembrare sentimentale o non tocca le emozioni per non sembrare emotiva. Eppure negli ultimi anni c’è stato uno sdoganamento di molti temi al femminile (il corpo, i rapporti familiari, la maternità, l’invecchiamento)  Sembra quasi che se potessimo idealmente dividere la filiera nell’ambito del mercato editoriale in bacino dell’ organizzazione dell’attività produttiva, bacino realizzativo della scrittura e bacino della lettura  ci accorgiamo che la presenza femminile  è forte nella prima e nella terza parte ma debole al centro. Eppure cinquant’anni fa Doris Lessing parlava di «small personal voice» quella piccola voce personale che racconta la realtà anche attraverso le emozioni, perché le emozioni sono un prodotto della realtà (quella voce personale le valse il premio Nobel)

ItaliaQuindi timidezza, riservatezza nel toccare i temi dell’intimo per non correre il rischio di non essere prese sul serio. Ma non c’è solo questo: studi autorevoli certificano che  la percentuale tra analfabeti ed “incolti” in Italia è del 36,5% sulla popolazione totale. in Italia vi sarebbero, dunque, circa 20 milioni di ignoranti…Viene da chiedere : quale “influenza” ha tale massa di incolti sulle vicende sociali e politiche ma anche sulle scelte personali legate alla famiglia, al rapporto con l’altro sesso, al lavoro, alla vita sociale? E’ evidente che dei livelli culturali simili non permettono alla stragrande maggioranza delle persone di orientarsi nella vita”. Ma l’orientamento non è legato forse alla formazione culturale  e la formazione culturale non passa anche per la lettura? In una nazione dove il divario di lettura tra uomo e donna nella fascia tra i 18-19enni  è di 19 punti percentuali e nella fascia 15-17 arriva addirittura ai 29 punti percentuali si genera una squilibrio, una forte asimmetria dove non ci si riconosce più reciprocamente come interlocutori. È evidente  che la discriminazione di genere è una degenerazione sociale che fonda le sue radici nelle storia dell’umanità e ha caratteristiche tipicamente antropologiche ma la mancanza di cultura enfatizza sicuramente il problema.

Dottoressa Professoressa Cristina Siciliano


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