100 ANNI DOPO: LA SCISSIONE CHE SEGNO’ IL DESTINO DELLA SINISTRA ITALIANA

21 Gennaio 1921 21 Gennaio 2021

100 anni fa, da una necessità teatrale di spostarsi dal Teatro Goldoni  a Livorno al Teatro San Marco, poco lontano  dal congresso dei socialisti di Filippo Turati e degli altri riformisti, che poco avevano a che fare con Lenin, che intanto in Russia rovesciava gli Zar, nasce il PCI (Partito Comunista Italiano).

Nello stesso frangente storico, l’Italia reduce dal primo conflitto mondiale dal quale aveva ereditato fame, carestia e disoccupazione, guardava silenziosa un certo Benito Mussolini prendere,prima,solo una manciata di voti e poi incalzare con lo squadrismo fascista, registrando un ottimo consenso, proprio in quel fatidico 1921. Ma tutto ciò passò inosservato al Congresso di fondazione del PCI, troppo preso a battagliare contro i riformisti da non accorgersi che in Italia la situazione politica stava degenerando.

E’ la storia della sinistra italiana che vive da sempre di scissioni, dunque è retaggio di quelle stagioni anche la crisi che vive oggi?

Troppe anime in tanti corpi, e non un solo corpo che si presti ad ospitarle tutte?

Parlare di comunismo oggi risulterebbe anacronistico, anche se come disse Norberto Bobbio :”  Senza il PCI, chi si farà carico di queste speranze?”

Mancano cuore, anima e valori di quella stagione politica, che lasciano oggi un esausto liberalismo democratico.

Ma fu la contraddizione, il peggior difetto di quel comunismo e di ciò che ne è rimasto oggi:

i vecchi comunisti asserivano sempre che avrebbero votato falce  e martello fin quando il PCI sarebbe arrivato al potere, dopodichè avrebbero preferito l’opposizione. Ecco è tutta racchiusa in questa osservazione, la controversa politica comunista, la forte appartenenza contro i drammatici strappi e tentativi di fuga che hanno lasciato cicatrici, mai più cicatrizzate.

Era il 10 agosto del 1976 ed un giovanotto appena quarantenne di nome Bettino Craxi, nel suo primo intervento alla Camera dei Deputati, in occasione del dibattito sulla fiducia di un governo “Andreotti” un pò speciale che rivedeva contare nuovamente  i voti dei comunisti per la maggioranza dopo il 1947, e sull’orlo dell’estinzione di un PSI al 9,6% contro un PCI al 34, trasse le sue conclusioni in merito ad un cambio di rotta di quel partito che registrava un certo consenso rispetto alla sua natura effettiva. Auspicava affinchè ci fosse adeguatezza rispetto al ruolo che si apprestava a ricoprir ein quella maggioranza.

Il resto è storia. Sappiamo tutti come andò . 2 anni dopo, i 55 giorni di Moro  certificarono l’impotenza o forse l’impossibilità di un comunismo “all’italiana” a svincolarsi della sua inguaribile natura: legami, paure,ed ipocrisie nascoste.

Cosa rimane oggi di quelle stagioni, di quel retaggio culturale e di quel modo settario di pensare?

Ben poco in termini di numeri e consensi, fin troppo in termini di cultura.

Oggi circa il 40% dell’elettorato si astiene per inerzia, per scetticismo,per noia,per sfiducia.

Il 10 % circa suddiviso in circa tre partiti, (Italia Viva di Matteo Renzi, Azione di Calenda e Più Europa) viaggia sulle ali del riformismo.

Una bella fetta rimane ancorata a destra.

Cosa rimane della sinistra, veramente?

Una rivoluzione riformista, può essere un’alternativa vera allo scempio politico italiano?

Se ne analizziamo la storia ed i personaggi che oggi invece, la rappresentano e la stanno continuando a scrivere, perchè no.

 


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