lunedì , 24 settembre 2018
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Stefano Mannucci: un’opera lunga un secolo

Tra carta stampata e conduzione radiofonica. Oggi tra le righe de Il fatto quotidiano o tra le onde di Radiofreccia nel programma Rock Morning.
Stefano Mannucci, forse una delle più importanti penne del giornalismo (quello vero) musicale italiano, ci regala questo “romanzo” di storia e di cultura che intitola “Il suono del secolo. Quando il Rock ha fatto la storia” edito da Murisa Editore.

mannucci libroUna lettura altamente sconsigliata a chi della musica conosce e sa ubriacarsi solo della plastificazione industriale di oggi. Invece è una lettura non solo consigliata ma anche doverosa per chi sente il bisogno di oltrepassare la staccionata delle mode e vuole tornare all’origine delle cose, del sapere, di quel suono che ha condizionato la storia di un mondo intero. E non si usano parole giganti tanto per fare scena: questo è un libro che ho lasciato decantare per qualche settimana prima di riscrivermi delle parti salienti sul mio taccuino di viaggio e trovare qualcosa di buono da scrivere. E di post-it e di segni e di passaggi e di scarabocchi e di appunti e di rimandi ce ne sono a decine e decine, per non parlare dei dischi che ho ritirato fuori dalla libreria e di quelli che sono andato a comprare di corsa. A dire il vero, quasi ogni pagina restituisce la ricchezza di un sapere storico-musicale che, mi ripeto tanto per sottolineare come si deve un concetto che ritengo portante, arricchisce il quadro di di quella musica fatta di bellezza, di impegno sociale, di spessore poetico e di profondità culturale… ingredienti che oggi ci possiamo praticamente sognare.
Un romanzo potremmo chiamarlo: perché ho imparato che quando la vita è segnata a fuoco dal rock e dai suoi protagonisti il confine tra il reale e l’immaginario è qualcosa di assai sottile, quasi soggettivo, quasi un semplice tracciato sulla sabbia lasciato vulnerabile alle intemperie del caso, come uno di quei cartelli stradali arrugginiti che trovi piegati nei tratturi di campagna o come una postilla istituzionale da oltrepassare ad ogni costo e con tutta la normalità del caso. E dopo arricchire direi che è questa un’altra parola importante da portarci dietro: normalità. Questo libro mette a nudo (e sa farlo con molta efficacia letteraria) come quello che per artisti di fama mondiale veniva vissuto nel quotidiano con assoluta normalità per noi significherebbe rasentare l’assurdo e il fantascientifico. Un film insomma. La vita di queste persone è stata un film sotto ogni punto di vista.
E il tutto ci viene servito a tavola in una scrittura assai accattivante, normale, una parola spesso romanzata al punto giusto, stilosa di quel piglio on the road che fa tanto cinema (manco a dirlo pregno di un fascino beat). E poi Stefano Mannucci non si schiera nei complotti da buon cronista qual è, non fomenta anomalie e non accompagna la curiosità nei meandri del paranormale ma lascia alla storia la responsabilità di mostrarsi per quello che è stata. Fa piovere e vomita input preziosissimi come se non vi fosse un domani e noi tutti sotto a raccoglierli sotto a bocca aperta senza sosta e senza fondo allo stomaco. Sfoglia un secolo (circa) di storia in cui il rock ha davvero cambiato le carte in tavola di tutti noi, ha smosso coscienze e istituito mode, ha “generato generazioni” e ne ha distrutte delle altre… arrivando ad oggi che persino la musica di un semplice cantautore come me è inevitabilmente condizionata da tutto questo coacervo di vite e di energie culturali, da quella che è stata letteralmente una sorgente infinita di ispirazioni e di opportunità, un centro gravitazionale lontano anni luce nel tempo e nello spazio dalla mia piccola cittadina di provincia che da quel suono rock chissà quante cose ha portato via e noi lo ignoriamo con altrettanta normalità. Un viaggio lungo circa 460 pagine, che dalla droga arriva alla spiritualità senza farsi mancare il mistero di vite aliene o di complotti internazionali. Se ci risulterà normale sapere che chi ha mosso i fili per lo sbarco sulla Luna nel ’69 ha silurato, nel vero senso del termine, la culla di Keith Richards circa 20 anni prima, allora non dovrebbe neanche stupirci scoprire che Michael Jackson predicava di porta in porta la luce e la fede uscendo di casa mascherato da un qualunque quanto irriconoscibile discepolo del Salvatore… o ancora che dietro la celebre “Hotel California” ci sia, forse, un retroscena satanico o che la mia vecchia amica oscurità di Simone & Gurtfunkel era il buio del loro bagno di casa. E potremmo continuare per ore e ore, passando dalle curiosità più eccitanti come queste che ho appena maldestramente riassunto fino ad arrivare a sfogliare i principali avvenimenti del mondo, dalla seconda grande guerra fino alla morte di Wojtyla… e se possibile ancora un minuto più in la (e con questa faccio anche io una citazione d’autore che penso cada proprio a pennello). Questo libro seduce ad ogni passo restituendoci una visione di insieme frutto di anni di grande studio e ricerca, di chili e chili di vinili consumati, di un mestiere che la violenza dell’omologazione digitale di massa sta letteralmente distruggendo dando a tutti la santa possibilità di essere esperti e di aver parola su tutto, in un click, senza preoccuparsi di aver vissuto un poco prima di aprir bocca. E nel risultato di assoluta mediocrità che regna sovrano, anche il sottoscritto merita di sentirsi umiliato (da leggere con la bellezza spirituale e culturale che merita) e poi ricondotto alle dimensioni primordiali del sapere di fronte ad un’opera che non può far altro che arricchire (giusto per ripeterlo ancora) oltre che sancire con gusto e mestiere il divario netto tra chi la musica l’ascolta e chi invece l’ha vissuta sulla propria pelle, lungo le strade della sua adolescenza prima e in quel prezioso mestiere artigiano del giornalismo poi.
E la storia continua…


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